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È arrivato un nuovo aggiornamento sul caso Apple – FBI, che da settimane mette in ballo annose questioni legate alla privacy e alla sicurezza. Ricorderete che la diatriba era nata dal rifiuto da parte della casa di Cupertino di fornire all’agenzia federale il codice per entrare nell’iPhone del terrorista accusato di aver compiuto la strage di San Bernardino. L’FBI, dopo settimane, aveva annunciato di essere riuscita ugualmente a violare il dispositivo. 

Rumors della rete avevano ipotizzato che ad aiutare l’FBI fosse stata una società israeliana

che già in passato aveva collaborato con l’agenzia. Non era arrivata alcuna smentita ufficiale né, d’altronde, nessuna conferma. Oggi il Washington Post apre uno scenario differente. 

Secondo un rapporto del quotidiano statunitense, infatti, a fornire il proprio aiuto all’FBI sarebbero stati degli hackers che, per il servizio svolto, avrebbero ricevuto una “tariffa fissa”. Sempre secondo il giornale, la difficoltà sarebbe stata non tanto nell’indovinare il codice di cifre necessario per accedere all’iPhone (procedimento che impiega non più di 26 minuti), quanto nel disabilitare il sistema tramite il quale il dispositivo si blocca dopo la decima combinazione sbagliata. Qui trovate l’articolo del Washington Post. 

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