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Diego Dzodan, videpresidente di Facebook per l’America Latina, è stato arrestato nei giorni passati dalla polizia federale. La notizia potrebbe rendere il clima di tensione riguardante il rapporto tra FBI e i colossi della tecnologia ancora più caldo. Mentre il caso Apple è ancora in corso, infatti, anche Facebook è incappato nel problema della privacy in caso di richiesta di dati riservati da parte delle forze di polizia.

La motivazione dell’arresto riguarderebbe la presunta mancata collaborazione da parte del manager di Facebook che, secondo gli agenti, non avrebbe messo a disposizione dei messaggi di WhatsApp (piattaforma di proprietà della società di Zuckerberg). “Siamo amareggiati. Si tratta di una decisione estrema e non proporzionata” – ha dichiarato un portavoce di Facebook in un’intervista al sito Gizmodo – “Siamo sempre stati disponibili e continueremo ad esserlo a collaborare con le autorità”.

Il portavoce di WhatsApp ha invece dichiarato all’ANSA: “Siamo molto delusi del fatto che l’applicazione della legge sia arrivata a questo punto estremo. WhatsApp non può fornire informazioni che non ha. Abbiamo collaborato al massimo delle nostre capacità in questo caso e se da una parte rispettiamo il lavoro importante delle forze dell’ordine, dall’altra siamo fortemente in disaccordo con la loro decisione”.

Se da una parte, dunque, Facebook dichiara di aver prestato piena collaborazione, dall’altra la querelle sulla privacy pare dividere magnati della tecnologia ed esecutori della legge.

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